sabato 14 luglio 2012

La X è il posto dove scavare


Trovo la x.
Come i pirati.
Paura di scavare contro voglia di sapere cosa c'è la sotto. 
Braccio destro contro braccio sinistro.

Il braccio destro ed il braccio sinistro dovrebbero collaborare da adesso in avanti.
Una parte di me voleva arrivare fino a qui ed è quella che ha vinto a tutti i bivi del percorso.
Per questo sono qui.
Ho la pala e ho la X sotto i piedi.
Ed ora, il braccio destro fa forza per rompere e bucare la terra e il sinistro, invece, fa resistenza raddoppiando la fatica.
Curiosità contro paura.

Posso farcela contro metà di me? il nodo allo stomaco, che fa su è giù con l'ascensore fino alla gola e poi torna indietro, sembra dire di no


DDDoom, DDoom, DDoom, 


il battito del cuore accelerà, 
un po' per lo sforzo 
e un po' per l'angoscia e la paura di cosa troverò. 
Scava. Scava. Scava. 
Scavo nei ricordi.

11 anni e non sentirli.
Testa alta e sguardo fiero, tipo He-Man che entra a GreySkull e cerca di riprendersela a calci.
Devo fare una bella impressione visto da qui, tipo un eroe.
Tra coraggio ed ossa arrivo a pesare sì e no 40 Kg.
Ho uno zio che mi dice sempre di evitare le botte, che se vola una schiaffo solo spetta di sicuro a me e che c'hanno progettato per correre. 
Ma a me fa più paura avere paura e l'adrenalina mi spinge sempre verso il pericolo purtroppo.

Ed è così che...
quando Lele mi disse di andare con lui a scoprire cosa fosse quel tonfo continuo di tamburi che si sentiva tutte le notti, dopo il cancello della casa nel bosco dove non abitava nessuno, dissi subito di sì.  

Anche Marietto disse di si, per non sembrare da meno. Era il più alto di noi e più forte di noi, ma da bambino, gli piaceva troppo seguire e poco decidere di andare, con quel  suo bisogno impellente di dimostrarsi adeguato. 
L'esatto contrario di come è adesso. 
Perciò aveva iniziato a creare tensione quattordici secondi dopo aver accettato l'invito per riuscire a scoraggiare tutti senza dirlo palesemente.
"E se fanno le messe nere?"

Cazzo, non avevo pensato alle messe nere.

Lele gli disse di stare tranquillo, perché aveva sentito al telegiornale che i seguaci di Satana lavoravano vicino Milano e che dalle nostre parti gli unici pericolosi erano quelli dell'Ambulanza Nera. 
Che però di solito lavoravano vicino alle scuole e solo di mattina e d'inverno. 
Perciò non potevano essere messe nere. 
Non mi tranquillizzò e probabilmente neanche Marietto si sentiva tranquillo ma oramai avevamo detto di sì.

Era l'estate di "Twin Peaks" e noi giocavamo ad avere paura tutte le sere fino a tardi.
Non capisco perché ancora oggi, ma adoravamo spaventarci a vicenda.
Inventavamo storie tutti seduti per terra, quando poteva essere più facile giocare a campana o a schiacciasette.
A pallone solo di giorno che la sera, quelli del palazzo di fronte, dove abitava Marietto, se fai casino, buttano i secchi d'acqua. 

Quell'ansia di capire chi avesse ucciso Laura Palmer non riuscivamo a toglierla e quando non parlavamo di Twin Peaks cercavamo un modo di avere altrettanta paura e curiosità. 


Quanto giocare a spaventare tutti spaventasse anche me era evidente quando dovevo risalire con mio fratello le scale fino a casa passata la mezzanotte, quando ogni ronzio di falena sembrava un fantasma e il timer della luce nella tromba delle scale non era mai abbastanza lungo per raggiungere l'ultimo piano. 


Ma ci ostinavamo tutti a farlo.

Lele era il numero uno in questo.
Improvvisava modi per farsi male o per far fare male a qualcun'altro almeno tre volte a settimana. Doveva fare l'esploratore o l'autore televisivo. 
Mai più vista tanta lucida e malata creatività in un ragazzino di 11 anni.

Con quel clima di tensione e quella curiosità tutta estiva scavalcammo il cancello della casa dove non abitava nessuno e si sentivano i tamburi tutte le notti.


Non lo avevamo detto a nessuno.
Marietto aveva provato,
"Più siamo e meglio è"
ma Lele aveva deciso di bacchettarlo,
"Se siamo troppi facciamo rumore e ci scoprono i tizi che suonano il tamburo"
"Ma ci perdiamo l'ultima puntata di Twin Peaks"
"Si ma stasera stanno tutti a casa, così non ci seguono, poi ci facciamo raccontare cosa è successo da mia sorella"

Mio fratello, come al solito, aveva capito tutto ed era per forza voluto venire con noi.

"E comunque è stato Bob ad ammazzare Laura."
"Boh, continuo a non capirci niente, vuoi vedere che finisce che non lo spiegano?"

DDDoom, DDDoom, DDDoom, DDDoom...

Il tamburo aveva appena iniziato a martellare ed il cuore mi era arrivato subito in gola battendo al doppio del ritmo di quei tonfi sordi.


C'eravamo stati in perlustrazione mille volte lassù.
Ci andavamo persino a giocare a nascondino ma mai la notte e mai quando c'erano i tamburi.
Era da matti.

"Nonna dice che la curiosità ha ammazzato il gatto! voi vi siete impazziti, ma se è un pazzo maniaco?"
I 9 anni più saggi del piazzale sotto casa li aveva mio fratello.
Nessuno rispose
Sapevamo tutti che aveva ragione ma, oramai, nessuno era più in grado di fermarsi.
I tamburi suonavano e non avremmo mai più trovato il coraggio di riscalvalcare quel cancello di notte per scoprire cos'era.

"ma magari è uno che studia tamburo alla banda comunale che si esercita da solo perché vicino casa dopo cena non si può fare casino, un compagno mio di classe studia il trombone"
disse Lele per farsi coraggio.

DDoom, DDDoom, DDDDoom
I tonfi si facevano più forti.

Non percorrevamo direttamente il lungo viale della casa sulla collina dove non abitava nessuno.
L'aveva proposto Marietto.
"Passiamo dueotremetri dentro il bosco. Affianco affianco alla strada. Così, se arriva qualcuno, scappiamo nel bosco."
Rimanemmo sorpresi dalla proposta che sembrava geniale e accettammo tutti senza discutere.

Il bosco però di notte è buio ed ogni rumore sembra un pericolo.
Cammini più lentamente nel bosco, con il peso addosso l'ansia di arrivare e la paura di farlo. 


Quelle poche centinaia di metri erano diventate chilometri e la sagoma della casa si stagliava davanti a noi, dopo una camminata che non mi è mai più sembrata così lunga. 

E'buio. Non c'è nessuno nei paraggi.
Tutto tace e tutto si muove rumorosamente quassù e la luna è quasi intera.
Le stelle nel cielo dell'estate sono così tante viste dalla collina della casa dove non abitava nessuno che tornerei oggi a guardale da lì.


Io mi sentivo Dale Cooper con tanto di giacca e cravatta ma anche le gambe gonfie per l' ortica del bosco.
Era Bob a suonare il tamburo?
Lo faceva tutte le notti per attirarci lì e noi come dei polli eravamo andati a cascarci.
Oppure erano quelli dell'Ambulanza Nera?
che si godevano le ferie dopo un lungo inverno di rapimenti e allegramente suonavano il tamburo mentre cuocevano alla brace il compagno di scuola di Lele, che studiava il trombone, per mangiarlo e noi eravamo il dessert.

DDDoom, DDDoom, DDDoom
Non sapevo più distinguere il mio cuore dal tonfo di tamburi.
Camminavamo ormai in fila orizzontale, modello fanteria romana.
Con i coltelli da cucina in mano, che Lele rubava sistematicamente a sua nonna ogni volta che ci costringeva ad un'avventura, con le lame col seghetto che per la paura, oscillavano scoordinate, scintillando pericolosamente, come asticelle di quattro vecchi metronomi rotti.

Un passo ad otto piedi dopo l'altro, alla velocità del più lento di noi, arrivammo a semicerchi attorno ad una botola affianco la casa.

DDDoomDoom,DDDoomDoom,DDDoomDoom
"Cosa c'è qui sotto? C'è qualcuno?"
Lele bussa col piede tra un tonfo e l'altro sulla botola in cemento del pozzo che si alza dal terreno di pochi centrimetri.
"Secondo voi c'è qualcuno nel pozzo?" e ci guarda e sussurra lentamente nel buio.
Mentre bussa, tutti abbiamo fatto un passo indietro senza renderci conto, rompendo le righe nel fresco di quella sera d'estate.

Respiro profondamente.
Torno in me.
Ecco cos'é.
Dico:
"E' la pompa del pozzo"
Coro:
"Eh???"
Dico:
"E' la pompa del pozzo! Sta pure da noi, in campagna da nonna. E' vecchia e fa rumore."
Coro:
"Ah."

Delusi e soddisfatti ci sedemmo sul bordo della botola del pozzo con i coltelli della nonna di Lele ancora in mano.
Come gli eroi che affrontano la paura e la vincono, anche se c'è la puntata finale di Twin Peaks.
Con Bob che suonava il tamburo sul fondo.
Assieme al compagno di Lele che studia il trombone.
Affianco alla casa sulla collina dove abitavano Dale Cooper e Laura Palmer.
Dove andavano in vacanza quelli dell'ambulanza nera.
Dove il tamburo che fa paura, in fondo, lo suonavamo noi.
Nella fantasia.
Nelle ansie.
Nelle avventure.
Nei misteri.
Nella curiosità.
Nella paura.

Tornati a casa scoprimmo che in effetti non te lo spiegano chi ha ucciso Laura Palmer.
Sembra che ad un certo punto della puntata, fosse uscito un nano a caso che aveva tutte le domande e nemmeno una risposta, a confondere un po' di più le cose.
Non ho ben capito cosa fosse successo, anche perché, quell'ultima puntata, non l'ho mai più vista ed ho deciso che non lo farò. 
Per me Twin Peaks finisce con me, Lele, Marietto e mio fratello, sulla collina della casa dove non abitava nessuno.

Ha vinto il braccio destro e sotto la X, scavando tra i ricordi, ho trovato un biglietto.
C'è scritto:
"La mia "paura" è la mia essenza, e probabilmente la parte migliore di me stesso."

Non ho paura di andare, mi fa più paura non farlo.
Scavalchi il cancello e vieni con me?



dEUS - Instant Street
You're probably right, seen from your side, that I've been lucky
but I've been meaning to crack all week.
Yes I've been involved, it never resolved into anything shocking.
Pains playing yoyo in my body as we speak.

And now I found something to look for, but I can't decide,
'Cause I might find that to stroll behind is better than to score.
Just like I did before.

It wouldn't be true, not towards you, to say that I'm staying.
When on every single impulse, on every other move I react.
'Cause in any old creek, with changing technique, you'll see me playing.
After any old motherfucking blow I'll be back.

We turned away from instant stuff
our cracking codes were breaking up
our words were sucked out it made them clean.
And after lowness say it
and after more let it be known
Our codes are grown into something mean.

You're probably right, as for tonight, you're making me nervous.
What is it you want me to be thinking of?
I'll put on a movie, I'll play something groovy as a matter of service
And I'll chuckle when you smile as a matter of love.
'Cause you know it's not my style to be giving up now.
And this pain in my side, I had enough.

This time I go for Instant Street
This life's a soulless excuse for all abuse and parenthesis.
The flyspecked windows and the stinking lobbies
they'll remain all the same, all the same.

This time I go. This time I go...

domenica 8 luglio 2012

Perché non scrivo.


Mi distendo a terra, sulla sabbia, col vento del mare che a intermittenza toglie la pressione dell'afa sulla pelle.
C'è un caldo terribile, che toglie il fiato persino a chi non smette mai di parlare.
Persino a me.

Adesso adorerei stendermi sul pavimento di mia Nonna.
Come quando ero bambino.
Prima faccia a terra, con la pancia  ed il petto nudi, che toccano quei lisci e freddi marmittoni di graniglia che non si scaldano mai.
Solo per poi potermi girare faccia al soffitto cercando un pò di fresco anche sulla schiena.
Per poter fissare il vecchio lampadario del salone con quelle sue braccia intarsiate e pacchiane che tengono dritte le lampade a punta che stanno di solito sul lampadario di tua nonna e che non fanno mai luce a sufficienza.
Credo sia uno dei lampadari più brutti che mi sia mai capitato di vedere, ma cosa non darei adesso per poterlo guardare pigramente.
Come quando ero bambino.

E'un pò che non scrivo.
Non l'ho fatto di proposito.
Il tempo vola e le cose a cui pensare aumentano come i buchi alla cintura.
L'estate rallenta gli eventi e dilata i pensieri.
Stanca gli ardori primaverili e ti prepara al freddo in arrivo.
L'estate non serve per quello che hai da fare ma per quello che deve arrivare
e forse,
ecco perché,
la voglia di scrivere è tornata.

Vista da qui, avrei preferito non fermarmi,
giuro.
Trovo utile scrivere.
Per tenere a bada il mio ego.
Per dare un senso alla marea di cose casuali che tendo a fare quando non scrivo.
Per esorcizzare quello che ho dentro, dicono gli psicologi.
Per esprimere quello che ho dentro, dicono gli artisti.
Per raccontare quello che vedo.

Di contro, trovo molto utile anche non scrivere.
Non scrivere per pensare a quello che ho da fare e scrivere per quello che deve arrivare.
Un po' come le stagioni.
Non scrivere è estivo.
Per non scrivere serve l'afa, me ne sono quasi convinto.

E allora, disteso sul pavimento di mia nonna, in cerca di fresco nella casa in cui sono cresciuto, pensavo:
A cosa avrei voluto fare.
A cosa avrei voluto prendere.
A cosa avrei voluto dare.
Disteso sul pavimento di mia nonna, in cerca di fresco nella casa in cui sono cresciuto, speravo.

Adesso, nel punto in cui mi stendevo per colpa del caldo, mia nonna, ci ha piazzato un bel tappeto persiano marrone, che fa pendant col lampadario e le foto in bianco e nero.

I tempi cambiano ed il tappeto persiano è sconsigliato per distendersi con questo caldo.
Adesso, con l'afa, mi toccherà trovarmi un posto tutto nuovo dove distendermi e sperare.

Ben Gibbard -When the sun goes down

When the sun goes down, down on your street
Oh, let me be the one you meet
In the lamplight hung when the night has just begun

And though you fear where shadows fall
There's nothing there to harm you at all
Uncover your eyes, presume uncertain skies

And rise, arise
Step into the night, it'll be alright

When the sun goes down, down on your street
And you're feeling strangely incomplete
Oh, please don't grieve for days that fell like leaves

Under a moon that hangs from silver strings
We know not what this darkness brings
The stars all gleam with possibilities

And rise, arise
Step into the night, it'll be alright

When the sun goes down, down on your street
Oh, let me be the one you meet
For I've waited years for you to return to me

So rise, arise
Step into the night
Yes rise, arise
And step into the night
Rise, arise
And step into the night, it'll be alright